La Cappella musicale del Tesoro di San Gennaro di Napoli tra Sei e Settecento
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Edizioni Il Mulino
"Ho ascoltato il mio lavoro almeno una volta: quando l'ho scritto". Questa affermazione di Arnold Schönberg illustra bene l'idea che l'esecutore serva solo a rendere la musica comprensibile per un pubblico tanto sfortunato da essere incapace di leggere le note a vista. In una simile prospettiva ogni esecuzione è una forma di corruzione rispetto all'ideale purezza dell'opera in sé. Come è emersa questa coincidenza fra partitura testuale e "vera" musica? E con quali conseguenze? Come è stato possibile che un caso limite di forma musicale, l'opera scritta - e dunque muta - sia arrivato a costituire il paradigma con cui si pensa la musica in generale?
Tracciando una genealogia dell'improvvisazione, Sparti mostra come la tradizione europea, diversamente da quella di origine africana, non abbia saputo cogliere nell'oralità performativa e nell'eccitazione di quella massa vibrante che è il corpo umano la fonte primaria dell'espressività musicale. Il jazz, nel quale opera ed esecutore coincidono, ci fa ascoltare una musica corporea "suonata" da pelle, bocca, lingua, labbra, braccia, torace, mani. Il jazzista valorizza così la funzione più nuda del linguaggio - "respiro sonoro che esce dalla carne" -, ricreando incessantemente una comunione fra musicisti e uditorio.
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